venerdì 1 settembre 2017

Umberto Eco: lettera a Un'Ambigua Utopia


Milano, lì 2 febbraio 1979
Caro Prof. Eco1,
ci premuriamo di farle avere i numeri finora usciti della nostra rivista2, un rapido esame dei quali La convincerà della carattere affatto originale della nostra iniziativa nel campo della fantascienza3.
La sappiamo studioso acuto e infaticabile dei fenomeni della cultura di massa, interlocutore affabile e cortese4, iniziatore e paraninfo degli studi semiologici nel nostro paese5; e tanto ci basta per considerarci lieti nell’invitarla ad un nostro convegno, dedicato appunto a temi affini, previsto6 per i giorni 30, 31 marzo e 1 aprile7 presso il cinema Ciak in Milano.
Sull’ultimo numero della nostra rivista, datato gennaio/febbraio 1979, Ella potrà trovare in forma di documento dal titolo MARX/Z/IANA, una prima introduzione a questo convegno. Ma noi saremmo lieti di poterci incontrare con lei, quando volesse8, per meglio illustrarle a voce le nostre intenzioni.
(se possiamo permettercelo) Cordiali saluti. (a nome della redazione di Un’ambigua utopia, l’estensore materiale di questa goliardata)
(Antonio Caronia)
(Se, nonostante la pessima impressione di questa missiva, avesse intenzione di mettersi in contatto con noi, la cosa più rapida è telefonare all’estensore di questa lettera, al n. 685130. Naturalmente questa è una pura formalità, perché noi non cesseremo la nostra persecuzione telefonica, - anche se per circa un mese essa non ha dato frutti).
  1. Non vediamo ragione perché anche chi – a torto o a ragione – è considerato portatore di un progetto sovversivo debba rinunciare all’uso dei titoli accademici quando si rivolge ai loro legittimi possessori.
  2. Definirla rivista è forse avventato, lo riconosciamo, ma i miglioramenti speriamo siano visibili.
  3. Fantascienza lato sensu, naturalmente… siamo contrari all’uso della sigla iniziatica FS, e anche a farci etichettare come fanzine
  4. Giudichiamo solo sulla base delle sue apparizioni televisive.
  5. E in anni che potrebbero ben definirsi bui, per molti versi.
  6. L’esercizio futurologico ci è alieno, nonostante le apparenze.
  7. Non le facciamo il torto di credere che lei si aspettasse spiritosaggini di bassa lega a proposito di questa data.
  8. Anche perché siamo stati pervicacemente nel vago per quanto riguarda il contributo specifico che potremmo essere intenzionati a chiederle.
Cari ambiguuotopisti1,
scusate la carta intestata accademica ma non vedo ragione perché eccetera eccetera.
Conoscevo di vista la vostra rivista2 ma ora ho guardato in modo più sistematico i numeri che mi avete mandato. E mi piace3.
La persecuzione telefonica non dà frutti perché non ci sono mai davvero e passo quattro giorni della settimana a Bologna all’università, nel vago tentativo di rifondare il Sapere. Quando sono in casa e lavoro metto la segreteria telefonica perché il telefono squilla in continuazione per invitarmi a partecipare a dibattiti4.
Il vostro convegno mi interessa ma: al giovedì, venerdì e sabato sono a Bologna; potrebbe darsi che il 1° aprile che è domenica sia a Milano5 e se ci sono vengo a sentire cosa accade e magari a fare qualche geniale intervento a braccio.
Ma non posso assicurarvi una relazione o intervento garantito in anticipo, perché proprio non ce la faccio e sono allo stremo delle forze, con impegni arretrati che avviluppano come trifidi6. Se vi dessi delle assicurazioni lo farei per malinteso desiderio di essere amato, e mi odiereste dopo. La vita è così, ambigua e non utopica.
Il vostro
Umberto Eco
  1. Battendo a spazio uno ci stanno anche le note.
  2. Allitterazione non voluta.
  3. Vedete come sono affabile e cortese 31.
  4. Sono tutti matti.
  5. Ma non sono sicuro perché ho delle grane da risolvere a Vienna per il futuro congresso di semiotica.
  6. Cfr.

31. (nota alla nota) E sincero.

(Pubblicato su Un'Ambigua Utopia n.2 marzo-aprile 1979)

venerdì 25 agosto 2017

Ursula Le Guin - Lettera a Un'Ambigua Utopia


Caro Giancarlo e il COLLETTIVO
Mille grazie! Vorrei continuare in italiano (ndr. La lettera continua in americano) ma ci vorrebbero 6 ore con un dizionario e anche allora tutti i verbi sarebbero sbagliati. La vostra rivista è molto, molto interessante! Confesso la verità, l’ho letta dopo una settimana, la copertina era così aggressiva (disegno eccellente e molto efficace) (ndr. Si riferisce al n. 2); non desideravo essere traumatizzata… e così l’ho solo sfogliata. Poi ho preso un po’ di coraggio e ho iniziato a leggerla. E l’ho trovata stimolante, deliziosa, provocatoria, e non traumatizzante: ho semplicemente avuto un dialogo con la rivista. Non sarò così codarda la prossima volta. Una piccola nota personale da aggiungere al vostro discorso sui bambini: stavo discutendo con una mia carissima amica che ha 7 bambini e fa l’insegnante.
Le ho chiesto: “Perché le nostre scuole sono così povere? Perché non vogliamo votare nuove tasse per le scuole? Perché gli insegnanti in USA sono sottopagati e non rispettati?” ecc. ecc. e la mia amica mi ha risposto in modo gentile, ma con profonda convinzione: Perché gli americani odiano i bambini. Non lo sanno, ma lo fanno”. Speravo che si sbagliasse, ma penso che, tutto sommato, abbia ragione.
Qualcuno di voi conosce il meraviglioso libro Centuries of childhood(1) di Philippe Arìes, che traccia “l’invenzione del bambino” attraverso la storia del mondo occidentale? (ndr. Giriamo la domanda a tutti i lettori).
In ogni modo grazie per le splendide idee che condivido, sono felice della scelta del titolo, anzi ne sono onorata. Con tutto il mio appoggio, con affetto
Ursula Le Guin  

Portland (Oregon) 3/6/78
(Pubblicato sul n. 4 - novembre/dicembre 1978 di Un'Ambigua Utopia)

(1) Philippe Ariès, Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Bari, Laterza, 2002 

venerdì 2 giugno 2017

Antonio Caronia: a proposito di James G. Ballard



Le radici immaginarie della guerra – Cyberzone n.17 2003  https://www.academia.edu/305513/Le_radici_immaginarie_della_guerra

Il bisturi dello sguardo – Cyberzone n.19 2004 https://www.academia.edu/305204/Il_bisturi_dello_sguardo


Delitto senza castigo. La colpa come collante sociale nella narrativa di James G. Ballard  - 2007 https://www.academia.edu/304171/Delitto_senza_castigo._La_colpa_come_collante_sociale_nella_narrativa_di_James_G._Ballard

Muore James G. Ballard. Con lui finisce il XX secolo. L’Unità 21 aprile 2009 https://www.academia.edu/304515/Muore_James_G._Ballard._Con_lui_finisce_il_XX_secolo



Immaginari a confronto: William S. Burroughs e James G. Ballard http://www.intercom.publinet.it/ic11/Ballard3.htm


Schede dei romanzi e delle antologie di Ballard in Nei labirinti della fantascienza Mimesis 2012

venerdì 7 aprile 2017

1977... c'è anche Un'Ambigua Utopia!


“…mai, in nessun momento, fummo interessati a promuovere una "fantascienza di sinistra”, e in fondo neanche una “lettura di sinistra” della fs; mai ci ponemmo come obbiettivo di destabilizzare il fandom, le riviste di fs o I'editoria di fs. Che marcissero nel loro brodo. Nell’editoriale del n.1 della rivista tutto questo è scritto a chiare lettere, addirittura maiuscole:

Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.
Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza,
e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.
(…)
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.

       Pratica dell'obbiettivo, pratica dell'utopia. sarà pure stata una formulazione rigida e ingenua, ma non li sentite gli echi degli slogan del 77? Dei volantini dei circoli dei proletariato giovanile? Non la vedete I'assonanza con le pagine di A/traverso, la sintonia con le trasmissioni di Radio Alice?...”     http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 

Editoriale
Un’Ambigua Utopia n° 1 dicembre 1977

Apriamo questo editoriale del primo numero di “UN’AMBIGUA UTOPIA”, ponendoci una domanda d’obbligo. Definire cos’è la fantascienza. Una domanda che tanti prima di noi hanno già posto, risolvendola con mille soluzioni diverse e con la pretesa, ciascuno, di aver dato la definizione giusta, vera e pertanto unica.                                                                                                                         
Noi non abbiamo simili pretese, anzi, lo diciamo già da subito, le nostre risposte a questa e ad altre domande, le nostre critiche, analisi, sono di parte. Non cerchiamo la verità assoluta, il Santo Graal. Cerchiamo di fornire una risposta di classe. Una risposta che parte dalle nostre esigenze, dalla nostra scelta di lavorare per l’una o per l’altra classe.                                                                              
A seconda del proprio pensiero politico allora? Ma cosa c’entra la fantascienza con la politica? Un attimo di pazienza, vediamo di affrontare intento la domanda che avevamo posto all’inizio.                 COS’È  LA FANTASCIENZA!                                                                                                                Fantasia della scienza o scienza della fantasia? Non è un’inutile giochetto linguistico.                                 
La prima “definizione” dice che la fantascienza è uno sguardo sulle illimitate possibilità della scienza; la profetizzazione delle nuove scoperte scientifiche; novella “Centurie di Nostradamus” del xx secolo, ipoteca la vita del  futuro, imbastendo una lotteria cosmica sulle infinite possibilità del domani.                                                                                                                                                  Ma non sono le scommesse sul futuro quelle che ci interessano.                                                              La seconda indicazione è una scommessa sull’oggi. Scienza, strumento, indagine per riappropriarci della fantasia, della creatività, del godimento. Ecco, ci siamo. Questa è la nostra verità, la verità che ci interessa. La nostra fantasia, la creatività, la spontaneità, il gioco, il piacere, il godimento. Tutto questo è stato occultato, seppellito, represso dalla scienza ufficiale, che ha assunto il proprio idolo nel cosiddetto “principio di realtà”.                                                                                                          
La fantascienza è invece portavoce del “principio del piacere”.                                                                  
In pratica i bisogni del capitale, contro i bisogni dell’uomo.                                                                      Il capitale deve, per sopravvivere e svilupparsi reprimere i veri bisogni dell’uomo, per sostituirli con i suoi bisogni (creare nuovi prodotti e creare l’esigenza di consumarli), con un modello di vita e di società a lui congeniale (la famiglia, la scuola, la caserma, il lavoro salariato ecc. ecc.).                        La fantascienza è un segno di rivolta a tutto questo, è la riscossa del principio del “piacere” sul principio di “realtà”.                                                                                                                                Avremo tempo di entrare nello specifico di questi concetti in articoli successivi; cerchiamo di porci ora il perché di questa rivista e soprattutto, chiarito che la matrice della SF è una rivolta alla civiltà occidentale, distinguere la parte progressista (proiettata in avanti) da quella reazionaria (volta all’indietro, fuga, evasione, recupero di valori precapitalistici).                                                               Chiariamo innanzitutto che la nostra iniziativa non si diversifica dalle altre, nel fatto che noi siamo dei “fans” compagni e per cui sosteniamo la SF di sinistra o progressista contro quella reazionaria.      Noi non siamo dei sostenitori della SF, non siamo dei fans.                                                            
Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.                                                            
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.                                                                                                           Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza, e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.                                    
Andiamo a vedere infatti perché, a quale scopo, questo genere di letteratura è stato denominato fantascienza.                                                                                                                                          La parola fantascienza sancisce la non veridicità di quello che essa ingloba. La non realtà. La presenza della parola fantasia, annulla l’ufficialità e pertanto la realtà della scienza. La politica è la vita e perciò la realtà. La fantascienza, essendo la non realtà, non può quindi essere politica.                           Quale miglior travestimento per una politica reazionaria.                                                                   
Se, ad esempio, Heinlein, Anderson, Vance e altri facessero letteratura “normale” o filosofia invece di SF o fantasy, la loro linea politica sarebbe scoperta, palese ed il loro pubblico sarebbe solamente quello che già in partenza è d’accordo con loro.                                                                                
Con la copertura della fantascienza, e perciò della neutralità dal politico, essi possono arrivare ad un pubblico ben più vasto (anche di sinistra) e propagandare la loro bieca filosofia reazionaria.                            
Se naturale è per la destra camuffare i suoi contenuti, (camuffare, poi, fino a un certo punto, perché basta trasportare tutto il loro becero militarismo di oggi nella legione dello spazio del futuro, o la volontà di potenza, ovviamente non quella nicciana ma quella nazista, nel mutante dotato di poteri psi, ed il gioco è fatto) per la sinistra invece, è facile cadere nella scomunica per “non fantascientificità”, (vedi le lettere su ROBOT per i racconti di Aldani, Miglieruolo ecc.).                      C’è chi, come le scrittrici americane, (Ursula Le Guin, M.A. Foster) hanno superato lo scoglio trasferendo su altri pianeti l’URSS, gli USA o il Vietnam. Ma c’è comunque una trappola che non si può eliminare con nessun accorgimento. L’oasi del non reale fantascientifico non inficia i contenuti reazionari che, anzi, hanno così il potere di occultarsi e pertanto di non trovare barriere protettive (capacità critiche) nei suoi fruitori. E, pertanto, modelli, parametri di interpretazione della realtà, falsi bisogni, vengono introiettati e messi in grado di operare a livello inconscio.                           
Per i contenuti rivoluzionari o solo progressisti, invece, il discorso è l’opposto.                                 
Qualunque proposta di un mondo, di una vita alternativa, è fantascientifica.                                             
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.                                                                                                                                         
Da questo la tendenza, specialmente di scrittori italiani, ad una visione nichilista, autodistruttrice.       Una critica spietata al sistema, analizzato in tutte le sue aberrazioni ed in tutta la sua violenza, ma sostanzialmente una rivolta senza sbocchi se non la fuga (QUANDO LE RADICI di Lino Aldani) o il suicidio (DOVE STIAMO VOLANDO di Vittorio Curtoni).                                                       
Quale in concreto allora il nostro compito? Noi crediamo sia il ripercorrere a marcia indietro la strada che intercorre tra una ben precisa ideologia, il pensiero e l’opera di fantascienza, svelando così, da una parte, i contenuti reazionari, e dall’altra contribuendo a realizzare un’analisi scientifica sui problemi di un modo di vita alternativo, per imparare a praticare l’utopia, anziché sognarla.

Sulla storia di Un’Ambigua Utopia:
-          Antonio Caronia, Quando i marziani invasero Milano, (vedi link sopra).
-          Dibattito tra Piero Fiorili, Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, pubblicato in appendice al 1° volume di Un’Ambigua Utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ’70, (a cura di A. Caronia e G. Spagnul) Mimesis 2010, consultabile in rete: http://www.intercom.publinet.it/2001/uau0.htm  e http://www.intercom.publinet.it/2001/uau4.htm
-          Per scaricare in PDF il primo numero della rivista qui: http://www.nuove-vie.it/unambigua-utopia/
-          Altri documenti utili in questo blog: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/03/antonio-caronia-relazione-introduttiva.html (relazione introduttiva al convegno Marx/z/iana marzo 1979) -  http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/04/antonio-caronia-note-su-una-possibile.html  (note su una possibile trasformazione della rivista agosto 1980) - http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2017/03/antonio-caronia-unambigua-utopia-luogo_31.html (discussione del collettivo ottobre 1978)

venerdì 31 marzo 2017

Antonio Caronia: Un'Ambigua Utopia - Luogo comune - ottobre 1978 (3^ parte)

con Lino Aldani - gennaio 1979

(Sintesi della discussione nel collettivo milanese di Un’Ambigua Utopia)
(Progetto per una nuova serie della rivista)
3^ e ultima parte

8. E passiamo, detto questo, alle trasformazioni di tipo organizzativo e finanziario che si rendono necessarie per realizzare questo progetto.                                                                                                  I) Tiratura, veste grafica, periodicità, diffusione.                                                                                  La rivista oggi tira 2.000 copie, e ne vende (dati del n°2; quelli del n°3 non li abbiamo ancora, ma non dovrebbero essere diversi) circa 1.700. La diffusione è affidata ai Punti Rossi,5 che dichiarano di non poterne assorbire, al di fuori di Milano, oltre il migliaio. Avete visto però che nel n°4 la lista dei punti di vendita è decisamente aumentata, e questo è un buon segno.                                               Se dovessimo quantificare tutto il discorso sullo “spazio” fatto prima, potremmo dire (a titolo puramente indicativo) che la potenzialità di mercato di UN’AMBIGUA UTOPIA rinnovata e migliorata si aggira intorno alle 10.000 copie. Questo quindi è l’obiettivo che possiamo fissarci nel corso del 1979, da raggiungersi quanto prima (ma naturalmente non potremo tirare 10.000 copie fin dal n°5: bisognerà aumentare gradatamente la tiratura per due/tre numeri). Dovremo evidentemente avere una periodicità fissa. L’optimum per riviste di questo tipo è evidentemente quella mensile, ma anche qui non è detto che ci si arrivi subito. Non abbiamo perciò ancora stabilito se partire come bimestrale per arrivare al mensile, o rischiare subito il mensile. Per quanto riguarda la diffusione, è chiaro che la priorità va all’allargamento e al consolidamento della vendita in libreria. Siamo già in contatto con un’altra distributrice (anch’essa legata alla sinistra), la NDE, ma studieremo forse altre soluzioni. Con una tiratura sull’ordine delle 10.000 copie, la distribuzione nazionale in edicola è problematica, ma ci sono altre due possibilità: la distribuzione nelle edicole delle stazioni (che è un circuito a parte) e nelle edicole di alcune grandi città, da scegliere (è possibile tramite distributori locali). La veste grafica sarà cambiata (formato ridotto, colonne giustificate, ecc.: stiamo pensando ad un fo4rmato 21 x 29,7 con copertina cartonata, ecc.: è ovvio che i costi di tipografia aumentano): non si può evidentemente affrontare una distribuzione nazionale con la veste, sia pure simpatica, che abbiamo adesso. C’è anche un discorso sulla pubblicità, che qua non facciamo.                         II) Redazione                                                                                                                                              Tutto questo discorso, soprattutto quello sulla periodicità, non regge se la redazione della rivista è affidata, come è stata finora, al collettivo nella sua interezza. Già negli ultimi mesi, prima per la questione della festa poi per quella dell’uscita del n°4, la discussione vera e propria in collettivo si è rarefatta, anche se le riunioni si sono infittite, ed è ripresa poi soltanto quando è stato sollevato tutto l’insieme di questioni trattate in questo testo. Il collettivo poi si è notevolmente allargato dai primi tempi, e ha comunque bisogno di suoi tempi di discussione, di maturazione collettiva su certi temi. Se la rivista deve uscire ogni mese (o ogni due mesi), le sue scadenze non possono forzare i tempi del collettivo, né questi ultimi possono mettere in forse le scadenze della rivista. La misura che si impone è perciò quella della sostituzione di una redazione, all’interno del collettivo, più ristretta. Questa redazione si deve occupare di tutti i problemi relativi alla fattura della rivista, sulla base delle indicazioni generali fornite dal collettivo. A questo spettano le scelte generali relative all’equilibrio dei vari temi nella rivista, a questioni particolari da trattare, ai contenuti dell’editoriale e di alcuni articoli di maggior peso. Sulla base di queste indicazioni la redazione prepara il menabò, richiede contributi ai vari compagni, e trova articoli, dentro e fuori il collettivo, cura la grafica, le rubriche, ecc. La rivista può e deve continuare, dunque, a ricevere l’apporto di tutti (se possibile) i compagni del collettivo, ma nell’ambito di un lavoro organizzato dalla redazione; la quale, a sua volta, non dovrà trovarsi sulle spalle tutto il lavoro di scrittura e traduzione per la rivista, ma dovrà piuttosto funzionare come organizzatrice del lavoro per gli altri. È chiaro però che nella redazione dovranno entrare compagni disposti comunque a fornire più lavoro degli altri compagni del collettivo per la rivista. In una ipotesi del genere è anche chiaro che la redazione dovrà avere un locale, autonomo, per la redazione, che finora è di fatto frazionata nelle case di più compagni.                                                 Una volta operata questa separazione, il collettivo avrà più possibilità di recuperare quella dimensione di discussione (ma, se si vuole, anche di pratica) che soprattutto negli ultimi tempi gli è mancata. La vita del collettivo non dovrebbe esaurirsi infatti nel dare le indicazioni generali per la rivista. I compagni che hanno da proporre tesi specifiche (sono proposte già emerse nelle ultime riunioni) potranno farlo senza più essere castrati da interminabili e frammentate discussioni organizzative e di dettaglio. Il collettivo avrà così la possibilità di diventare veramente un luogo di approfondimento e di discussione a partire dalle esigenze di tutti. Va da sé, è ovvio, che un lavoro del genere sarà utile anche per la rivista; ma con tempi suoi, con ritmi autonomi.
9. Le questioni finanziarie e gli obiettivi immediati                                                                                     Per tutto questo, è inutile dirlo, occorrono dei soldi. Abbiamo discusso se partire dopo aver raccolto la somma iniziale che ci garantisse un certo respiro (diciamo, due numeri della rivista), o se seguire un modello, si potrebbe dire, più “dinamico”, cioè partire con una somma iniziale inferiore, che consenta di mantenere un compagno per un periodo limitato, trovare la sede della redazione, e contemporaneamente avviare il lavoro di ricerca di fondi ulteriori. Una somma che ci darebbe delle garanzie si aggirerebbe intorno ai 20 milioni. Era impensabile trovarli in 15 giorni, mentre prevaleva la preoccupazione di non perdere tempo, di non partire troppo tardi. Compagni interessati a questo progetto, disposti anche a metterci dei soldi, secondo noi se ne possono trovare. Ma per trovarli occorre tempo, e soprattutto cominciare ad offrire loro delle garanzie che qualcosa si muove, che qualcosa sta già cominciando. Per questo abbiamo optato per la seconda soluzione: abbiamo deciso di trovare, fra noi, nel collettivo (direttamente o tramite conoscenze, per mezzo di prestiti amichevoli) una somma minima di 4 milioni (meglio se sono 5 o 6) che ci consenta di: a) “assumere” a tempo pieno un compagno per tre mesi (300.000 al mese); b) trovare un locale per la redazione; c) finanziare qualche attività, come il seminario (v. dopo) cicli di film, ecc. Novembre e dicembre sarebbero così dedicati a trovare altri finanziamenti e ad organizzare il lavoro redazionale per consentire di fare uscire il primo numero della nuova serie di UN’AMBIGUA UTOPIA a gennaio dell’anno prossimo. Se la cosa marcia, è del tutto prevedibile che il compagno “a tempo pieno” andrà mantenuto. Comunque, la forma giuridica migliore per gestire tutta la cosa è probabilmente quella della cooperativa, formata da tutti i compagni che hanno messo o trovato i soldi e da quelli che, pur non avendo contribuito, sono indispensabili a “garantire” (nel senso di impegnarsi a coprire se le cose andassero male). I posti di lavoro potrebbero essere più di uno (ma andrebbero comunque decisi in cooperativa) se le attività cosiddette “collaterali”, come i cicli di film, i dibattiti e anche (come sembra possibile negli ultimi giorni tramite una fortunata occasione) l’apertura di una libreria, andassero in porto. Va da sé che il valore di queste attività “collaterali” non è solo finanziario.                                                                                                                             Il fulcro del lavoro per novembre e dicembre, dal punto di vista dell’apparizione esterna, sarà da un lato la proposta di seminario, dall’altro il lancio dell’iniziativa sulla narrativa; questa seconda proposta deve ancora essere discussa nei dettagli. L’idea del seminario, invece, nata da una discussione di alcuni di noi con Miglieruolo6 alla fine della festa, a settembre, è stata già discussa in collettivo, e si attende solo la stesura definitiva del documento di introduzione e i particolari organizzativi. Si tratta di una riunione di discussione a carattere nazionale, che dovrebbe essere centrata sui seguenti temi:                                                                                                                        _ critica della fantascienza come settore della cultura di massa (montaggio dei meccanismi, decodificazione, ecc., v. sopra)                                                                                                                   _ crisi della razionalità scientifica, “intelligenza tecnico-scientifica” e temi connessi;                                                _ stratificazioni e caratteristiche del “nuovo pubblico” della fantascienza, fantascienza e movimento, e quindi le caratteristiche della nuova serie di UN’AMBIGUA UTOPIA.                                      Il seminario potrebbe aver luogo alla fine di novembre/inizio dicembre (quasi sicuramente a Milano).7

Nota 5: Per una storia delle distribuzioni alternative: Pasquale Alferj e Giacomo Mazzone (a cura), I fiori di Gutenberg, Arcana Editrice, Roma, 1979, p. 29-38.
Nota 6: per la discussione con Mauro Antonio Miglieruolo qui: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/01/nuvole-marziane-di-antonio-caronia-come.html

Nota 7: Si tratta del convegno al cinema Ciak nel maggio del 1979, un resoconto giornalistico qui: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/02/marxziana.html