venerdì 7 aprile 2017

1977... c'è anche Un'Ambigua Utopia!


“…mai, in nessun momento, fummo interessati a promuovere una "fantascienza di sinistra”, e in fondo neanche una “lettura di sinistra” della fs; mai ci ponemmo come obbiettivo di destabilizzare il fandom, le riviste di fs o I'editoria di fs. Che marcissero nel loro brodo. Nell’editoriale del n.1 della rivista tutto questo è scritto a chiare lettere, addirittura maiuscole:

Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.
Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza,
e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.
(…)
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.

       Pratica dell'obbiettivo, pratica dell'utopia. sarà pure stata una formulazione rigida e ingenua, ma non li sentite gli echi degli slogan del 77? Dei volantini dei circoli dei proletariato giovanile? Non la vedete I'assonanza con le pagine di A/traverso, la sintonia con le trasmissioni di Radio Alice?...”     http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 

Editoriale
Un’Ambigua Utopia n° 1 dicembre 1977

Apriamo questo editoriale del primo numero di “UN’AMBIGUA UTOPIA”, ponendoci una domanda d’obbligo. Definire cos’è la fantascienza. Una domanda che tanti prima di noi hanno già posto, risolvendola con mille soluzioni diverse e con la pretesa, ciascuno, di aver dato la definizione giusta, vera e pertanto unica.                                                                                                                         
Noi non abbiamo simili pretese, anzi, lo diciamo già da subito, le nostre risposte a questa e ad altre domande, le nostre critiche, analisi, sono di parte. Non cerchiamo la verità assoluta, il Santo Graal. Cerchiamo di fornire una risposta di classe. Una risposta che parte dalle nostre esigenze, dalla nostra scelta di lavorare per l’una o per l’altra classe.                                                                              
A seconda del proprio pensiero politico allora? Ma cosa c’entra la fantascienza con la politica? Un attimo di pazienza, vediamo di affrontare intento la domanda che avevamo posto all’inizio.                 COS’È  LA FANTASCIENZA!                                                                                                                Fantasia della scienza o scienza della fantasia? Non è un’inutile giochetto linguistico.                                 
La prima “definizione” dice che la fantascienza è uno sguardo sulle illimitate possibilità della scienza; la profetizzazione delle nuove scoperte scientifiche; novella “Centurie di Nostradamus” del xx secolo, ipoteca la vita del  futuro, imbastendo una lotteria cosmica sulle infinite possibilità del domani.                                                                                                                                                  Ma non sono le scommesse sul futuro quelle che ci interessano.                                                              La seconda indicazione è una scommessa sull’oggi. Scienza, strumento, indagine per riappropriarci della fantasia, della creatività, del godimento. Ecco, ci siamo. Questa è la nostra verità, la verità che ci interessa. La nostra fantasia, la creatività, la spontaneità, il gioco, il piacere, il godimento. Tutto questo è stato occultato, seppellito, represso dalla scienza ufficiale, che ha assunto il proprio idolo nel cosiddetto “principio di realtà”.                                                                                                          
La fantascienza è invece portavoce del “principio del piacere”.                                                                  
In pratica i bisogni del capitale, contro i bisogni dell’uomo.                                                                      Il capitale deve, per sopravvivere e svilupparsi reprimere i veri bisogni dell’uomo, per sostituirli con i suoi bisogni (creare nuovi prodotti e creare l’esigenza di consumarli), con un modello di vita e di società a lui congeniale (la famiglia, la scuola, la caserma, il lavoro salariato ecc. ecc.).                        La fantascienza è un segno di rivolta a tutto questo, è la riscossa del principio del “piacere” sul principio di “realtà”.                                                                                                                                Avremo tempo di entrare nello specifico di questi concetti in articoli successivi; cerchiamo di porci ora il perché di questa rivista e soprattutto, chiarito che la matrice della SF è una rivolta alla civiltà occidentale, distinguere la parte progressista (proiettata in avanti) da quella reazionaria (volta all’indietro, fuga, evasione, recupero di valori precapitalistici).                                                               Chiariamo innanzitutto che la nostra iniziativa non si diversifica dalle altre, nel fatto che noi siamo dei “fans” compagni e per cui sosteniamo la SF di sinistra o progressista contro quella reazionaria.      Noi non siamo dei sostenitori della SF, non siamo dei fans.                                                            
Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.                                                            
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.                                                                                                           Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza, e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.                                    
Andiamo a vedere infatti perché, a quale scopo, questo genere di letteratura è stato denominato fantascienza.                                                                                                                                          La parola fantascienza sancisce la non veridicità di quello che essa ingloba. La non realtà. La presenza della parola fantasia, annulla l’ufficialità e pertanto la realtà della scienza. La politica è la vita e perciò la realtà. La fantascienza, essendo la non realtà, non può quindi essere politica.                           Quale miglior travestimento per una politica reazionaria.                                                                   
Se, ad esempio, Heinlein, Anderson, Vance e altri facessero letteratura “normale” o filosofia invece di SF o fantasy, la loro linea politica sarebbe scoperta, palese ed il loro pubblico sarebbe solamente quello che già in partenza è d’accordo con loro.                                                                                
Con la copertura della fantascienza, e perciò della neutralità dal politico, essi possono arrivare ad un pubblico ben più vasto (anche di sinistra) e propagandare la loro bieca filosofia reazionaria.                            
Se naturale è per la destra camuffare i suoi contenuti, (camuffare, poi, fino a un certo punto, perché basta trasportare tutto il loro becero militarismo di oggi nella legione dello spazio del futuro, o la volontà di potenza, ovviamente non quella nicciana ma quella nazista, nel mutante dotato di poteri psi, ed il gioco è fatto) per la sinistra invece, è facile cadere nella scomunica per “non fantascientificità”, (vedi le lettere su ROBOT per i racconti di Aldani, Miglieruolo ecc.).                      C’è chi, come le scrittrici americane, (Ursula Le Guin, M.A. Foster) hanno superato lo scoglio trasferendo su altri pianeti l’URSS, gli USA o il Vietnam. Ma c’è comunque una trappola che non si può eliminare con nessun accorgimento. L’oasi del non reale fantascientifico non inficia i contenuti reazionari che, anzi, hanno così il potere di occultarsi e pertanto di non trovare barriere protettive (capacità critiche) nei suoi fruitori. E, pertanto, modelli, parametri di interpretazione della realtà, falsi bisogni, vengono introiettati e messi in grado di operare a livello inconscio.                           
Per i contenuti rivoluzionari o solo progressisti, invece, il discorso è l’opposto.                                 
Qualunque proposta di un mondo, di una vita alternativa, è fantascientifica.                                             
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.                                                                                                                                         
Da questo la tendenza, specialmente di scrittori italiani, ad una visione nichilista, autodistruttrice.       Una critica spietata al sistema, analizzato in tutte le sue aberrazioni ed in tutta la sua violenza, ma sostanzialmente una rivolta senza sbocchi se non la fuga (QUANDO LE RADICI di Lino Aldani) o il suicidio (DOVE STIAMO VOLANDO di Vittorio Curtoni).                                                       
Quale in concreto allora il nostro compito? Noi crediamo sia il ripercorrere a marcia indietro la strada che intercorre tra una ben precisa ideologia, il pensiero e l’opera di fantascienza, svelando così, da una parte, i contenuti reazionari, e dall’altra contribuendo a realizzare un’analisi scientifica sui problemi di un modo di vita alternativo, per imparare a praticare l’utopia, anziché sognarla.

Sulla storia di Un’Ambigua Utopia:
-          Antonio Caronia, Quando i marziani invasero Milano, (vedi link sopra).
-          Dibattito tra Piero Fiorili, Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, pubblicato in appendice al 1° volume di Un’Ambigua Utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ’70, (a cura di A. Caronia e G. Spagnul) Mimesis 2010, consultabile in rete: http://www.intercom.publinet.it/2001/uau0.htm  e http://www.intercom.publinet.it/2001/uau4.htm
-          Per scaricare in PDF il primo numero della rivista qui: http://www.nuove-vie.it/unambigua-utopia/
-          Altri documenti utili in questo blog: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/03/antonio-caronia-relazione-introduttiva.html (relazione introduttiva al convegno Marx/z/iana marzo 1979) -  http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/04/antonio-caronia-note-su-una-possibile.html  (note su una possibile trasformazione della rivista agosto 1980) - http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2017/03/antonio-caronia-unambigua-utopia-luogo_31.html (discussione del collettivo ottobre 1978)

venerdì 31 marzo 2017

Antonio Caronia: Un'Ambigua Utopia - Luogo comune - ottobre 1978 (3^ parte)

con Lino Aldani - gennaio 1979

(Sintesi della discussione nel collettivo milanese di Un’Ambigua Utopia)
(Progetto per una nuova serie della rivista)
3^ e ultima parte

8. E passiamo, detto questo, alle trasformazioni di tipo organizzativo e finanziario che si rendono necessarie per realizzare questo progetto.                                                                                                  I) Tiratura, veste grafica, periodicità, diffusione.                                                                                  La rivista oggi tira 2.000 copie, e ne vende (dati del n°2; quelli del n°3 non li abbiamo ancora, ma non dovrebbero essere diversi) circa 1.700. La diffusione è affidata ai Punti Rossi,5 che dichiarano di non poterne assorbire, al di fuori di Milano, oltre il migliaio. Avete visto però che nel n°4 la lista dei punti di vendita è decisamente aumentata, e questo è un buon segno.                                               Se dovessimo quantificare tutto il discorso sullo “spazio” fatto prima, potremmo dire (a titolo puramente indicativo) che la potenzialità di mercato di UN’AMBIGUA UTOPIA rinnovata e migliorata si aggira intorno alle 10.000 copie. Questo quindi è l’obiettivo che possiamo fissarci nel corso del 1979, da raggiungersi quanto prima (ma naturalmente non potremo tirare 10.000 copie fin dal n°5: bisognerà aumentare gradatamente la tiratura per due/tre numeri). Dovremo evidentemente avere una periodicità fissa. L’optimum per riviste di questo tipo è evidentemente quella mensile, ma anche qui non è detto che ci si arrivi subito. Non abbiamo perciò ancora stabilito se partire come bimestrale per arrivare al mensile, o rischiare subito il mensile. Per quanto riguarda la diffusione, è chiaro che la priorità va all’allargamento e al consolidamento della vendita in libreria. Siamo già in contatto con un’altra distributrice (anch’essa legata alla sinistra), la NDE, ma studieremo forse altre soluzioni. Con una tiratura sull’ordine delle 10.000 copie, la distribuzione nazionale in edicola è problematica, ma ci sono altre due possibilità: la distribuzione nelle edicole delle stazioni (che è un circuito a parte) e nelle edicole di alcune grandi città, da scegliere (è possibile tramite distributori locali). La veste grafica sarà cambiata (formato ridotto, colonne giustificate, ecc.: stiamo pensando ad un fo4rmato 21 x 29,7 con copertina cartonata, ecc.: è ovvio che i costi di tipografia aumentano): non si può evidentemente affrontare una distribuzione nazionale con la veste, sia pure simpatica, che abbiamo adesso. C’è anche un discorso sulla pubblicità, che qua non facciamo.                         II) Redazione                                                                                                                                              Tutto questo discorso, soprattutto quello sulla periodicità, non regge se la redazione della rivista è affidata, come è stata finora, al collettivo nella sua interezza. Già negli ultimi mesi, prima per la questione della festa poi per quella dell’uscita del n°4, la discussione vera e propria in collettivo si è rarefatta, anche se le riunioni si sono infittite, ed è ripresa poi soltanto quando è stato sollevato tutto l’insieme di questioni trattate in questo testo. Il collettivo poi si è notevolmente allargato dai primi tempi, e ha comunque bisogno di suoi tempi di discussione, di maturazione collettiva su certi temi. Se la rivista deve uscire ogni mese (o ogni due mesi), le sue scadenze non possono forzare i tempi del collettivo, né questi ultimi possono mettere in forse le scadenze della rivista. La misura che si impone è perciò quella della sostituzione di una redazione, all’interno del collettivo, più ristretta. Questa redazione si deve occupare di tutti i problemi relativi alla fattura della rivista, sulla base delle indicazioni generali fornite dal collettivo. A questo spettano le scelte generali relative all’equilibrio dei vari temi nella rivista, a questioni particolari da trattare, ai contenuti dell’editoriale e di alcuni articoli di maggior peso. Sulla base di queste indicazioni la redazione prepara il menabò, richiede contributi ai vari compagni, e trova articoli, dentro e fuori il collettivo, cura la grafica, le rubriche, ecc. La rivista può e deve continuare, dunque, a ricevere l’apporto di tutti (se possibile) i compagni del collettivo, ma nell’ambito di un lavoro organizzato dalla redazione; la quale, a sua volta, non dovrà trovarsi sulle spalle tutto il lavoro di scrittura e traduzione per la rivista, ma dovrà piuttosto funzionare come organizzatrice del lavoro per gli altri. È chiaro però che nella redazione dovranno entrare compagni disposti comunque a fornire più lavoro degli altri compagni del collettivo per la rivista. In una ipotesi del genere è anche chiaro che la redazione dovrà avere un locale, autonomo, per la redazione, che finora è di fatto frazionata nelle case di più compagni.                                                 Una volta operata questa separazione, il collettivo avrà più possibilità di recuperare quella dimensione di discussione (ma, se si vuole, anche di pratica) che soprattutto negli ultimi tempi gli è mancata. La vita del collettivo non dovrebbe esaurirsi infatti nel dare le indicazioni generali per la rivista. I compagni che hanno da proporre tesi specifiche (sono proposte già emerse nelle ultime riunioni) potranno farlo senza più essere castrati da interminabili e frammentate discussioni organizzative e di dettaglio. Il collettivo avrà così la possibilità di diventare veramente un luogo di approfondimento e di discussione a partire dalle esigenze di tutti. Va da sé, è ovvio, che un lavoro del genere sarà utile anche per la rivista; ma con tempi suoi, con ritmi autonomi.
9. Le questioni finanziarie e gli obiettivi immediati                                                                                     Per tutto questo, è inutile dirlo, occorrono dei soldi. Abbiamo discusso se partire dopo aver raccolto la somma iniziale che ci garantisse un certo respiro (diciamo, due numeri della rivista), o se seguire un modello, si potrebbe dire, più “dinamico”, cioè partire con una somma iniziale inferiore, che consenta di mantenere un compagno per un periodo limitato, trovare la sede della redazione, e contemporaneamente avviare il lavoro di ricerca di fondi ulteriori. Una somma che ci darebbe delle garanzie si aggirerebbe intorno ai 20 milioni. Era impensabile trovarli in 15 giorni, mentre prevaleva la preoccupazione di non perdere tempo, di non partire troppo tardi. Compagni interessati a questo progetto, disposti anche a metterci dei soldi, secondo noi se ne possono trovare. Ma per trovarli occorre tempo, e soprattutto cominciare ad offrire loro delle garanzie che qualcosa si muove, che qualcosa sta già cominciando. Per questo abbiamo optato per la seconda soluzione: abbiamo deciso di trovare, fra noi, nel collettivo (direttamente o tramite conoscenze, per mezzo di prestiti amichevoli) una somma minima di 4 milioni (meglio se sono 5 o 6) che ci consenta di: a) “assumere” a tempo pieno un compagno per tre mesi (300.000 al mese); b) trovare un locale per la redazione; c) finanziare qualche attività, come il seminario (v. dopo) cicli di film, ecc. Novembre e dicembre sarebbero così dedicati a trovare altri finanziamenti e ad organizzare il lavoro redazionale per consentire di fare uscire il primo numero della nuova serie di UN’AMBIGUA UTOPIA a gennaio dell’anno prossimo. Se la cosa marcia, è del tutto prevedibile che il compagno “a tempo pieno” andrà mantenuto. Comunque, la forma giuridica migliore per gestire tutta la cosa è probabilmente quella della cooperativa, formata da tutti i compagni che hanno messo o trovato i soldi e da quelli che, pur non avendo contribuito, sono indispensabili a “garantire” (nel senso di impegnarsi a coprire se le cose andassero male). I posti di lavoro potrebbero essere più di uno (ma andrebbero comunque decisi in cooperativa) se le attività cosiddette “collaterali”, come i cicli di film, i dibattiti e anche (come sembra possibile negli ultimi giorni tramite una fortunata occasione) l’apertura di una libreria, andassero in porto. Va da sé che il valore di queste attività “collaterali” non è solo finanziario.                                                                                                                             Il fulcro del lavoro per novembre e dicembre, dal punto di vista dell’apparizione esterna, sarà da un lato la proposta di seminario, dall’altro il lancio dell’iniziativa sulla narrativa; questa seconda proposta deve ancora essere discussa nei dettagli. L’idea del seminario, invece, nata da una discussione di alcuni di noi con Miglieruolo6 alla fine della festa, a settembre, è stata già discussa in collettivo, e si attende solo la stesura definitiva del documento di introduzione e i particolari organizzativi. Si tratta di una riunione di discussione a carattere nazionale, che dovrebbe essere centrata sui seguenti temi:                                                                                                                        _ critica della fantascienza come settore della cultura di massa (montaggio dei meccanismi, decodificazione, ecc., v. sopra)                                                                                                                   _ crisi della razionalità scientifica, “intelligenza tecnico-scientifica” e temi connessi;                                                _ stratificazioni e caratteristiche del “nuovo pubblico” della fantascienza, fantascienza e movimento, e quindi le caratteristiche della nuova serie di UN’AMBIGUA UTOPIA.                                      Il seminario potrebbe aver luogo alla fine di novembre/inizio dicembre (quasi sicuramente a Milano).7

Nota 5: Per una storia delle distribuzioni alternative: Pasquale Alferj e Giacomo Mazzone (a cura), I fiori di Gutenberg, Arcana Editrice, Roma, 1979, p. 29-38.
Nota 6: per la discussione con Mauro Antonio Miglieruolo qui: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/01/nuvole-marziane-di-antonio-caronia-come.html

Nota 7: Si tratta del convegno al cinema Ciak nel maggio del 1979, un resoconto giornalistico qui: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/02/marxziana.html

venerdì 24 marzo 2017

Antonio Caronia: Un'Ambigua Utopia - Luogo comune - ottobre 1978 (2^ parte)





(Sintesi della discussione nel collettivo milanese di Un’Ambigua Utopia)
(Progetto per una nuova serie della rivista)

5. Chiariamo subito, in modo non rituale, che siamo ben lontani dal voler dire una parola significativa su quello che in gergo si chiama “stato del movimento”. Faremo soltanto delle osservazioni molto rozze e disorganiche su qualche aspetto della vita intellettuale che si vive nell’area (o nelle aree) dell’estrema sinistra oggi.                                                                          Chiariamo anche che l’uso della parola “movimento” in questo come in altri nostri testi porta con sé irrisolti una serie di problemi di metodo e di definizione. Con questa parola ci limitiamo ad indicare una serie di comportamenti riscontrabili (isolatamente o tutti insieme) in vasti settori di coloro che militano e fanno riferimento ad organizzazioni di estrema sinistra, di coloro che sono stati toccati in passato o lo sono al presente da movimenti di lotta, o anche di coloro che, pur senza rientrare in alcuna delle due categorie precedenti, esprimono in altre forme quella che abbiamo definito “una tensione verso il cambiamento dello stato di cose presenti”. Che questo insieme di persone, oggi, non sia definibile come “movimento” nel senso della classica definizione (in uso nei classici del marxismo) di “movimento di massa” è cosa pacifica per tutti noi. Che diversi settori di questo “movimento” (in particolare i giovani e le donne) stiano nella situazione che (sempre in termini classici) si definisce “di riflusso”, è anch’essa cosa assodata. È poi vero che questa constatazione assume significati forse diversi per i diversi compagni all’interno del collettivo, ma siamo arrivati alla conclusione che questo non è un ostacolo alla definizione di un progetto e di una pratica (sul terreno che ci interessa) comune.                                                                                                                   Una delle caratteristiche di questa fase che, per intenderci, chiameremo di riflusso, è appunto quella di una crescente esigenza di riflessione. In molti casi è anche un bisogno di pratica, di fare qualcosa, ma comunque non è mai separato dall’altro. Pensiamo, solo per fare un esempio, alla discussione che si sta aprendo nell’area di Lotta Continua: a chi ne è fuori, e quindi non può capirci molto, sembra comunque che si sovrappongano e mescolino diverse tendenze, diverse esigenze: un’esigenza di militanza vecchio tipo, forse, ma anche l’esigenza di poter discutere, influire su quello che si fa nel giornale, a Roma. Ma la proposta che viene fuori è quella di un altro giornale, politico e di riflessione. A noi sembra comunque che il momento delle scoperte inebrianti stia finendo, che la gente voglia capire perché le cose vanno così e non in un altro modo, che voglia in qualche modo “riappropriarsi” anche della teoria. Certo non dovrà più essere una teoria separata dai bisogni. Su molte cose non si torna indietro, e nessuno può riproporre riviste “politiche” o “teoriche” che taglino fuori l’esperienza che in questi anni il movimento ha fatto. Il momento non è neppure maturo per fogli e riviste che propongano comunque, anche all’interno delle esperienze fatte, e delle acquisizioni maturate, dei “punti di vista” complessivi e delle “sintesi” globali. C’è ancora una fase in cui vanno fatti valere, e percorsi fino in fondo, i bisogni specifici di cui ognuno è espressione, e per “ognuno” intendiamo, i singoli, i collettivi, le aree; lavorare a fondo su un tema, un problema, un complesso di temi e di problemi, questo è il metodo che oggi ancora può dare dei frutti nel movimento. Le promesse delle sintesi, non ancora le sintesi.                                                      Ma che sia, oggi come lo fu all’inizio degli anni ’60, momento di riviste4, questo è indubbio. E le riviste che fino a due anni fa, fino allo scorso anno, esprimevano meglio i bisogni di riflessione del movimento, oggi appaiono logorate e invecchiate. Alla rinfusa: QUADERNI PIACENTINI continua la sua marcia di avvicinamento alla sinistra tradizionale, e si “specializza” sempre più sul tema del rapporto con le istituzioni, che invece appare sempre più estraneo ad un discorso di trasformazione radicale; OMBRE ROSSE, che aveva fatto della teoria dei bisogni il suo momento di rilancio, sembra isterilirsi un po’ nella polemica contro l’”autonomia del politico”, i tentativi egemonici dei nuovi intellettuali trontiani dentro e fuori il PCI, e abbandonare invece, e comunque ridimensionare, i terreni che aveva occupato; IL CERCHIO DI GESSO appare travagliato da una discussione interna che, guarda caso, verte proprio su temi del rapporto col PCI e delle possibili mediazioni delle posizioni più diffuse nel 77 a Bologna. Rimane AUT AUT, che continua invece a offrire dei buoni materiali, ma forse è sempre un po’ illeggibile per chi non sa il tedesco, e insomma, a parte gli scherzi, sta sempre una spanna più in su di quello che ci servirebbe.                         E si moltiplicano poi, a riprova di quanto dicevamo prima, gli esperimenti, i numeri unici, i fogli legati a bisogni ed esigenze particolari. Testimonianza comunque di una vitalità, di un bisogno di esprimersi e di comunicare, anche se non sempre sanno essere sereni testimoni delle crisi che vivono (potrà dispiacerci, ma è un dato di fatto) i temi propostici dal movimento in questi ultimi anni.
6. C’è dunque un’area di compagni che leggono fantascienza e letteratura fantastica, e lo fanno più o meno coscientemente in connessione con la loro passata o presente esperienza politica o di lotta. C’è una domanda di riflessione a sinistra, su certi temi e problemi inerenti ad una teoria e ad una pratica di trasformazione collettiva della vita, di superamento dello stato di cose presenti, temi e problemi che abbiamo verificato essere aggredibili anche a partire dal terreno della fantascienza. In entrambi i casi c’è insufficienza o crisi degli strumenti che si offrono, nei vari scomparti del mercato editoriale, su questi terreni.                                                                                                        Nell’anno della sua esistenza, UN’AMBIGUA UTOPIA ha cominciato a porsi, con molte insufficienze e molte approssimazioni, su questo terreno. Da quanto si è farraginosamente fin qui detto, le domande che discendono ci sembrano imporsi con tutta evidenza: crediamo che ci sia uno spazio maggiore di quello che occupiamo finora, come AMBIGUA UTOPIA? intendiamo occuparlo? con quali miglioramenti e trasformazioni della rivista e del collettivo? di che cosa abbiamo bisogno per realizzare un eventuale progetto in questo senso? Alle prime due domande rispondiamo sì. Tutte le considerazioni che abbiamo svolto finora ci portano a concludere che possiamo raggiungere strati di lettori più vasti di quelli che abbiamo raggiunto finora. È un problema di qualità del prodotto (per dirla in termini industriali: e di questo parleremo al prossimo punto) e di bontà della distribuzione. Ma lo spazio esiste, e l’interesse crescente intorno a noi e alle nostre iniziative testimonia del fatto che abbiamo le possibilità di coprirlo. Non partiamo da zero: abbiamo un piccolo patrimonio, che è la nostra discussione, le poche cose che abbiamo prodotto, il rapporto coi lettori. Si tratta di ampliare tutto questo. Si tratta certamente di un rischio: nulla ci è garantito a priori. Ma non correrlo ci lascerebbe con la bocca amara di chi ha intravisto delle possibilità, e non le ha sfruttate per (diciamo così) poco coraggio. Per usare l’elaborata immagine che ha introdotto nel nostro dibattito il barocco Roberto Del Piano, siamo nella situazione di chi ha assaggiato un pasticcino quasi per caso, gli è piaciuto, si sta trovando adesso a mangiare una torta ed esita ad entrare nella pasticceria per paura che gli venga un’indigestione. Certo, se entra rischia forse l’indigestione, ma se non entra è sicuro che non assaggerà nessuna di quelle altre torte che stanno lì dentro: e ce n’è qualcuna che ha un aspetto proprio invitante…                                          
7. È dunque deciso che la rivista dovrà sforzarsi di diventare, più di quanto non abbia fatto finora, un punto di riferimento (uno dei punti di riferimento) per una discussione e, possibilmente, una pratica, sui temi della fantascienza e del fantastico in connessione con i bisogni di chi la legge, ma anche con la capacità di coinvolgere compagni e persone non “appassionati”, magari neppure lettori di fantascienza in senso stretto. Vogliamo proporci, cioè, come LUOGO COMUNE (nel senso letterale, e non traslato, dell’espressione), come luogo di intersezione di una serie di temi e di interessi, fra loro collegati, quelli che abbiamo cercato di tratteggiare dall’inizio di questo testo.           Come realizzarlo, dal punto di vista della formula e dei contenuti della rivista? Occorrerà uno stravolgimento, un cambiamento radicale di UN’AMBIGUA UTOPIA come si è presentata finora? A nostro parere, no. Occorrerà certo introdurre miglioramenti. Ma, grosso modo, l’equilibrio interno della rivista quale si è presentato, complessivamente, nei primi quattro numeri, deve essere mantenuto. Per migliorare, bisognerà procedere in tre direzioni:                                                                 a) innanzitutto abbiamo la necessità di produrre (o comunque di far comparire sulla rivista) delle analisi più approfondite su autori, correnti, temi della fantascienza e della letteratura fantastica. Sarebbe certo ingeneroso dire che quanto abbiamo finora prodotto su questo tema è stato tutto superficiale e pressapochistico, ma sarebbe anche presuntuoso dire che non si poteva fare di meglio. Quali criteri seguire? Non certo quelli di una critica letteraria “tradizionale”, né nel senso crociano della distinzione fra “poesia” e “non poesia” (un po’ ridicola, del resto, applicata alla produzione letteraria di massa), né in qu3ello, sotto sotto molto zdanoviano, piattamente contenutistico, ciò ci porterebbe a riprodurre tutte le volte la contrapposizione ridicola e fuorviante tra autori “reazionari” e autori “progressisti”. Lo scopo dovrebbe essere, usando tutti gli strumenti che di volta in volta saremo capaci di usare, la decodifica dei messaggi cifrati che una certa opera porta con sé (ma, oddio, che può anche non recare affatto), lo smontaggio dei meccanismi, a volte rozzi, a volte raffinati, che gli autori usano per raggiungere l’effetto voluto, e di quelli che applicano inconsapevolmente, e anche, perché no?, la lettura, nella trama del testo, dei rimandi alle contraddizioni sociali di cui poi, in fondo, ogni autore è (con tutte le mediazioni del caso) l’espressione. Tutte cose che, in linguaggio raffinato, potrebbero portare l’etichetta di “analisi testuale”, e “sociologia della letteratura”, e altre ancora. Diciamo più modestamente che ci proponiamo di fare, al miglior livello possibile, critica della cultura di massa. Le possibilità ci sono, dentro e fuori il collettivo.                                                                                                                           b) potremo avere la necessità di affrontare, di volta in volta, dei temi e dei nodi, diciamo pure più schiettamente “politici”, fra quelli che si pongono all’interno del movimento. Pensiamo, un po’ alla rinfusa, alla droga, alla corporalità, alla crisi della scienza, al rapporto uomo-donna. Potrà succedere, questo, in relazione ad un tema monografico che decidiamo autonomamente di affrontare, ma anche forse in relazione a fatti o discussioni che ci si impongono dall’esterno con la forza della loro centralità, in un dato momento, nella discussione dei compagni, e quindi anche dei nostri lettori. E gli articoli in questione non dovranno avere per forza un taglio “fantascientifico” o dei riferimenti a libri o film di fantascienza. Neppure questa è una novità. Nel n.3, sia Arcari che Cesati parlavano dei robot da punti di vista “esterni” alla fantascienza, ma i loro pezzi si inserivano perfettamente (al di là del giudizio di merito) nell’equilibrio del numero.                                              Dal momento, però, che questo è uno dei punti che hanno suscitato più discussioni nel collettivo, è bene forse spenderci qualche parola in più per dissipare equivoci, certamente chiariti ormai al nostro interno, ma che potrebbero riproporsi con compagni che non hanno vissuto con noi, giorno per giorno, questa discussione. La proposta di inserire (non obbligatoriamente in ogni numero, ma quando se ne sente l’esigenza) articoli o interventi più dichiaratamente “politici” non significa trasformare la rivista in rivista prevalentemente politica; né il riferimento all’intreccio fra temi della fantascienza e temi del movimento vuol dire proporre di trasformare la rivista in rivista “di movimento”. Una rivista di movimento, se le parole hanno un senso, è l’espressione di un movimento, o di settori di esso; una rivista politica è l’espressione di un gruppo politico o di un partito, o comunque di un’area politica con sue tesi e posizioni precise sul dibattito in corso. Non essendo il collettivo né l’una né l’altra cosa, la rivista non può evidentemente avere nessuna di quelle caratteristiche. Noi vogliamo invece continuare ad essere una rivista, per così dire, di proposta e di riflessione su quei temi che abbiamo già individuato (creatività, fantastico, crisi della scienza, ecc.) e utilizziamo e intendiamo continuare ad utilizzare la fantascienza per il suo carattere di intersezione, dentro la cultura di massa, di tutti quei temi. Non intendiamo, quindi, abbandonare o rendere marginale questo terreno a vantaggio di altri, anche se intendiamo continuare a farlo alla nostra maniera: e quindi ci teniamo, per esempio, a distinguerci dalle ordinarie “fanzine” (per questo abbiamo, per esempio, dichiarato la nostra indisponibilità ad un progetto di unificazione delle fanzine esistenti). Vorremmo essere, questo sì, una rivista sulla fantascienza e sul fantastico “nel” movimento. Ma questo, come è chiaro, è un’altra cosa.                                                                             Vale la pena di chiarire a questo punto un’altra questione su cui possono sorgere dubbi. Il continuo riferimento da parte nostra al movimento del 77, al movimento giovanile, a quello femminista, non implicano uno schieramento nella discussione sul cosiddetto “referente politico”, e, per usare un termine più pomposo, sul soggetto storico della rivoluzione italiana, europea e mondiale. Quel riferimento è una presa d’atto che solo quei movimenti, per il momento, si sono pronunciati in qualche modo (e non vogliamo neanche commentare il come si sono pronunciati) sui temi che ci interessano e su cui lavoriamo, e che presumibilmente persone che sono passate attraverso quelle esperienze, come quelle dei gruppi organizzati della sinistra rivoluzionaria, costituiscono la maggioranza dei nostri lettori (o almeno di quelli più interessati).  Non significa dunque affatto che il collettivo abbia una posizione comune sulla previsione (peraltro peregrina, formulata in questi termini) di chi farà la rivoluzione, se gli operai, i giovani, le donne, e i bambini; o se sia giusto basare le proprie speranze più sui precari e in genere i non-garantiti che non sui garantiti. Riteniamo anzi che non sia affatto produttivo confrontarsi così, in astratto, fra noi o sulla rivista su quei temi. UN’AMBIGUA UTOPIA ha un ambito di lavoro e di discussione che è specifico, e delle ipotesi, diciamo di lavoro culturale (non troviamo termini migliori per il momento) che prescindono, nella fase attuale di sviluppo della discussione, da temi di quel genere. Chiusa la lunga parentesi.                 c) c’è un terzo terreno sul quale bisogna procedere per qualificare meglio la presenza della rivista. È un terreno molto controverso, e su cui forse abbiamo impiegato troppo tempo ad operare delle scelte. Intendiamo parlare della produzione narrativa (o letteraria, se si vuole, più in generale) di fantascienza. In effetti lo sviluppo del nostro discorso risulterebbe monco se non vi affiancassimo un lavoro di promozione e di stimolo di un modo nuovo non solo di leggere la fantascienza, ma anche di scriverla. Anche su questo terreno dobbiamo darci una fisionomia ben precisa; senza escludere (trascurando per il momento la questione dei costi) la pubblicazione (traduzione) di testi stranieri, è evidente che il nostro interesse prevalente deve andare alla produzione italiana inedita, e in modo particolare ai testi che nascono, per così dire, all’interno del movimento, cioè da compagni, giovani, persone che trasferiscono in racconti, romanzi o testi di fantascienza una parte della loro esperienza di lotta e di riflessione. Noi siamo convinti che in parte questa produzione esiste già, e in parte si tratta di stimolarla. Naturalmente neanche qui abbiamo la pretesa di fare un discorso radicalmente nuovo: non è da oggi si sa che i compagni producono testi di ogni tipo. La cosa più eclatante è stato finora il fenomeno poesia, anche perché, ad un certo livello (e lo diciamo senza disprezzo), la poesia è la forma di espressione più “facile”, quella che sembra più spontanea (sappiamo che è tutt’altro che così, ad altri livelli). E poi c’è questo discorso sulla spontaneità, che a lungo andare rischia di diventare una palla al piede… Certo, se dobbiamo forzare i nostri pensieri e le nostre emozioni dentro quel minimo di struttura che l’opera narrativa richiede (tradizionale o “d’avanguardia” che sia), le cose risultano più difficili. Ma siamo sicuri che il materiale c’è. Occorrerà studiare meglio le forme per propagandare questa iniziativa (certo bisognerà usare anche altri canali oltre UN’AMBIGUA UTOPIA; forse un “concorso di narrativa non competitivo” potrebbe andare; ma ne discuteremo ancora); però, fra l’altro, i primi racconti cominciano ad arrivare appunto spontaneamente. Abbiamo cominciato sul n°4 con una scelta forse discutibile. Ma intanto aspettiamo i giudizi dei lettori.


Nota 4: Per una storia delle riviste di quegli anni: Attilio Mangano, Le riviste degli anni Settanta, Centro di documentazione di Pistoia, Pistoia, 1998.

venerdì 17 marzo 2017

Antonio Caronia: Un'Ambigua Utopia - Luogo comune - ottobre 1978 (1^ parte)



(Sintesi della discussione nel collettivo milanese di Un’Ambigua Utopia)
(Progetto per una nuova serie della rivista)

1. È convinzione comune dei compagni del collettivo che, soprattutto dopo la festa di settembre, le cose non possano più andare avanti come prima. Nel corso del 1978, il collettivo ha visto crescere sotto i suoi occhi un’iniziativa, che era cominciata quasi per gioco e senza un programma preciso, fino a diventare qualcosa di più impegnativo e (questo è più preoccupante) non controllato da collettivo stesso. L’aumento di tiratura della rivista, la stessa festa di settembre, le occasioni di dibattito che si vanno moltiplicando in questo scorcio di ottobre (i dibattiti alla libreria Utopia, Piacenza, Lucca)1 sono altrettanti segni degli spazi che UN’AMBIGUA UTOPIA, quasi spontaneamente, va occupando, mentre altri, ancora più estesi, si fanno intravedere. In una situazione così (e la cosa non è nuova) stare fermi vuol dire andare indietro, né peraltro  ci si può lanciare  in un attivismo sfrenato, nella moltiplicazione di occasioni di incontro e di iniziativa senza aver riflettuto, anche solo un po’, sul senso delle cose che si vanno a fare. Il nostro dibattito di ottobre è stato appunto teso a riconquistare il controllo sulle cose che facevamo o che potevamo avere intenzione di fare.
2. Il nostro giudizio sull’andamento, i pregi, i difetti, i limiti, le cose belle e brutte della festa di settembre sta sul n. 4 della rivista, e non lo ripetiamo dunque in questa sede. Facciamo invece un passo indietro più consistente, per cercare di recuperare il senso della nostra iniziativa, come era partita e come per strada si è andata arricchendo e (solo un po’) anche precisando. La rivista è nata come punto di incontro di una serie di compagni, con esperienze politiche e personali (non lo ripeteremo mai abbastanza) molto diverse alle spalle, il cui terreno comune era l’interesse (anche questo variegato e sventagliato su livelli e intensità differenti) per la letteratura e il cinema e il fumetto fantastici e di fantascienza. Questo interesse, a lungo costretto in una sfera individuale e privata, quando non addirittura represso e/o vissuto con senso di colpa, veniva ora rivendicato come interesse squisitamente personale (non più privato), perciò collettivizzabile, perciò in senso lato politico (per chi da ancora un senso a questa parola), o comunque utilizzabile ai fini di una crescita collettiva e dentro un movimento per il rovesciamento dello stato di cose presenti (movimento esistente o da costruire, manifesto o latente, concentrato o diffuso, questo rimaneva e rimane impregiudicato all’interno del collettivo, e ognuno conserva le sue opinioni, molto diverse l’una dall’altra come su parecchie altre questioni).                                                                                            Fin dall’inizio (è bene sottolinearlo) questo discorso si traduceva già in qualcosa di un po’ più preciso. Intanto nella individuazione del nesso fantascienza/realtà. Naturalmente adesso (ottobre 1978) usiamo parole e frasi forse più pertinenti, relative alla chiarezza che abbiamo adesso, e non su quella che avevamo un anno fa: ma il nucleo dell’intuizione c’era già sicuramente da allora (e basta rileggere l’editoriale del n° 1 per accorgersene)2. Fantascienza e realtà, dunque. La fantascienza, dicevamo, non è il parto di qualche scrittore particolarmente brillante, di qualche fantasia particolarmente sbrigliata. Segue, anticipa, percorre e ripercorre sentieri già dati, quelli dello sviluppo sociale, scientifico, antropologico dell’homo sapiens nell’era della terza e della quarta rivoluzione industriale. Naturalmente c’è il sense of wonder, e chi lo nega?, c’è l’aspetto ludico e creativo nello scrivere e nel disegnare e nel filmare di fantascienza, ma il sottofondo da cui tutto ciò nasce è (e non potrebbe essere altrimenti) un sottofondo reale. Cosa banale e scontata, questa, senz’altro: ma per nulla diffusa nella banale, ripetitiva e (adesso anche) accademica e paludata critica di fantascienza di casa nostra. E forse per questo è apparsa tanto nuova ad amici e nemici, ad estimatori e detrattori.                                                                                                                                                La seconda cosa che dicevamo, e anche questo fin dal primo numero, era la questione della pratica dell’utopia. Questo slogan nasceva dalla constatazione del carattere separato e privatizzante che ha, in questa società, la fruizione della letteratura di fantascienza (come ogni altro genere di arte e di cultura, tanto di élite come di massa). Quando non si configura come pura evasione, la lettura di un libro o la visione di un film di fantascienza serve a soddisfare sì esigenze di fantasia, di creatività, di immaginazione (usiamo tutti questi termini un po’ all’ingrosso, per ora), ma in modo del tutto separato dalla nostra vita reale, in una sfera di fruizione appunto privata. Finita la lettura del libro, o la visione del film, tutto continua come prima. Quello che per caso ci è venuto in mente durante quel periodo rimane completamente staccato dagli altri aspetti della nostra vita, e questo non è imputabile alla pigrizia mentale di chi riceve quei messaggi, ma alla loro struttura interna e alle condizioni nelle quali avviene il “godimento” dello spettacolo o la lettura. In altri termini, la letteratura e il cinema fantastici e di fantascienza, che recherebbero in sé possibilità e germi di un modo di vivere diverso, vengono invece programmaticamente e praticamente utilizzati come “valvola di sfogo” per impedirci di far vivere tensioni e contraddizioni nella vita quotidiana. Immaginazione, fantasia? Certo, come no: eccovi Guerre stellari, Incontri ravvicinati, Asimov, ma per i più esigenti c’è anche la Le Guin. Purché tutto ciò non interferisca con le vostre ore di lavoro, con le prestazioni che dovete assicurare (e per cui siete pagati) per la sopravvivenza del sistema; purché tutto ciò non interferisca con la vostra attività di assorbimento di ideologia e di sempre più limitate capacità professionali nel ghetto-scuola; purché non interferisca con la vostra emarginazione di disoccupati, di abitanti dei quartieri dormitorio. Tutto ciò non si cambia. La vostra vita non cambia: ma prevede, questo sì, quella frazione di tempo che riuscirete a procurarvi col vostro potere d’acquisto di “libertà”, di svincolamento dalla logica del principio di realtà. Ma attenzione a non mescolare le due sfere. Se tenti di trasferire fantasia e immaginazione nella tua vita quotidiana: Pentiti, Arlecchino…
3. Che tutto questo ordine di considerazioni avesse dei punti di contatto con quanto avevano sollevato i movimenti di lotta cresciuti in Italia o in Europa negli ultimi anni (usiamo, tanto per intenderci, anche qui l’etichetta “movimento del “77”, ben sapendo che essa copre – e non dà unità – a realtà ben diverse e disperse tra loro) era cosa abbastanza scontata per noi, e, crediamo, anche per la maggior parte dei lettori della rivista. Se vogliamo essere schematici e riepilogare, i titoli possono essere questi:                                                                                                                                                        - tutta la rivalutazione che cercavamo di fare della fantasia e, diciamolo pure, del “senso del meraviglioso” in fantascienza si collegava senza dubbio con la parallela rivalutazione che quei movimenti facevano della fantasia e della creatività;                                                                                - non solo, ma quello che andavano dicendo sull’irruzione del fantastico nel quotidiano (e che cercavamo di sostanziare in alcuni momenti pratici, come la festa di settembre3) non era nient’altro che un aspetto, una concretizzazione se si vuole, di quella critica della politica che movimento delle donne, dei giovani, movimento del 77 portavano avanti da tempo. Fare irrompere il fantastico nel quotidiano lo vedevamo e lo vediamo come strumento di cambiamento della nostra vita, della vita di tutti, come premessa e parte di un processo di trasformazione collettiva: è quindi parte del discorso sul rifiuto della politica come funzione separata all’interno della nostra vita, e del tentativo di recuperare gli aspetti della politica utilizzabili per un progetto di trasformazione collettiva;               - e ancora, la critica della tecnologia e il rispecchiamento della crisi della scienza che troviamo in tanta parte della fantascienza contemporanea (dalla fine degli anni ’60 in poi, per essere più precisi) le vedevamo collegate al discorso cosiddetto dell’intelligenza tecnico-scientifica, e cioè, come noi lo interpretiamo, da un lato alla riscoperta della contraddizione (a suo tempo individuata da Marx) fra diffusione e accumulo del sapere sociale e incapacità del capitale di assumere questo sapere sociale nel processo produttivo (cioè di valorizzarlo sotto forma di lavoro morto); dall’altro alla capacità che esiste di contrapporsi all’uso della scienza come strumento di dominio o controllo sociale, non più sulla base di discorsi letterari o (peggio ancora) di utopie preindustriali, agreste-rural-pastorali, ma sulla base di una pratica e un utilizzo concreto di strumenti scientifici e tecnologici sia per inceppare la macchina lubrificata del dominio (vedi p. es. l’uso della falsificazione) sia per indicare elementi progettuali e alternativi della civiltà futura (vedi in questo senso tutta la questione del nucleare).
4. Per arrivare ad un discorso più concreto sulle trasformazioni della rivista e del collettivo, mancano però ancora almeno due tasselli: alcune considerazioni congiunturali relative al “movimento” (qualunque sia il senso che attribuiamo a questo termine, e che preciseremo poi) e un breve panorama sul mercato e il mondo della fantascienza in Italia. Cominciamo da questa seconda cosa. Sia che il boom editoriale e cinematografico della fantascienza sia destinato a durare, sia che si trovi invece in fase di esaurimento (come alcuni “esperti” pensano, p. es. Curtoni), l’apparizione sulla scena fantascientifica di nuovi strati e nuove figure di lettori/spettatori è un dato inequivocabile. Un’analisi più precisa della stratificazione di questo “nuovo pubblico” è cosa desiderabile, e ne parleremo più avanti; ma fin d’ora, anche in modo impressionistico, possiamo essere sicuri di non sbagliarci se diciamo che una parte di questo pubblico è formato da compagni, gente con esperienza politica (e le connesse esigenze) alle spalle, giovani comunque orientati a sinistra, che esprimono, a vari livelli, bisogni che vanno nel senso del superamento dello stato di cose presenti. Se non vogliamo essere più precisi nella quantificazione – cosa impossibile senza un’indagine approfondita – possiamo parlare di migliaia di persone senza uscire dall’ambito del verosimile. Questa area esprime, in varie maniere (anche in modo non esplicito, si vuol dire, per esempio nel caso di coloro che si rivolgono alla fantascienza apparentemente per un puro bisogno di “evasione”) una domanda critica su ciò che legge, un’esigenza di riflessione e spesso di orientamento (evidentemente non autoritario, cioè non è disposta a prendere per oro colato quello che si legge, anche se chi scrive si qualifica come compagno in un settore che finora ne ha visti pochi). Come possa soddisfare questa esigenza, lo sappiamo bene tutti: non la può soddisfare quasi per nulla. Non gli serve Urania, meno ancora altre collane (come quella di Belloni) che comunque non offrono nessun inquadramento dei tanti che presentano. Ma anche nella produzione di editori più “ambiziosi” sul piano culturale (intendiamo Fanucci, Nord, Libra) non troveranno strumenti utilizzabili. Fanucci gli offre, con le introduzioni di De Turris e Fusco, documenti dichiarati e riconoscibili di un innegabile revival della cultura di destra; la Libra, fluviali sproloqui autistici di Malaguti a cui nessun compagno, credo, può resistere molto oltre le 20/30 righe; la Nord, in alcune collane, esempi di una critica certo più sofisticata (citiamo per tutti Pagetti) ma inguaribilmente malata di accademismo.                                                                                Riviste di fantascienza, in Italia, non ce n’è. Certo, c’era Robot3. È stato l’unico tentativo di fornire al lettore degli elementi di inquadramento degli autori, delle correnti, delle opere, accessibili ma non superficiali. Non certamente nel senso in cui noi potremmo intendere una critica alla e della fantascienza (smontaggio, cioè, il più preciso possibile, dei meccanismi che presiedono alla produzione e alla distribuzione del prodotto-fantascienza; decodificazione dei reali messaggi sottostanti, ecc.), ma insomma qualcosa di più onesto, anche se neutro, e qualche incursione sporadica in un regno di temi e modi più congeniali a noi e a questo ipotetico “lettore-compagno” (evidentemente è il caso di Guerrini e di qualche altro polemista). Ma Robot, dopo il piccolo golpe di Armenia, non esiste più: è una rivista di antologie (a quanto dicono Curtoni, e Lippi che c’è rimasto) di buon livello, e niente più.                                                                                                     Chiudiamo questo punto, perciò, segnalando l’esistenza di questo spazio, vuoto e a nostro parere non piccolo. Siccome l’editoria, come la politica, ha orrore del vuoto, prevediamo anche con molta verosimiglianza che qualcuno, prima o poi, si proverà a riempirlo.


Nota 1: settembre 1978, Piacenza partecipazione al convegno della Cooperativa scrittori “La produzione mentale” con un intervento nella lingua di Vega 4, molto seguito da Francesco Leonetti e Maria Corti.                                                   Ottobre 1978, Lucca Comics.
Nota 2: che verrà ripubblicata in questo Blog nel prossimo mese di aprile.
Nota 3: Robot rivista di fantascienza fondata da Vittorio Curtoni nel 1976.

lunedì 5 dicembre 2016

"Distruggere l'utopia" di Giuliano Spagnul

da Un'ambigua Utopia marzo-aprile 1979 (disegno di Elisabetta Cassari) 
(da: Mondi altri. Processi di soggettivazione nell'era postumana a partire dal pensiero di Antonio Caronia, a cura di Amos Bianchi e Giovanni Leghissa, Mimesis 2016)
                
  “L’uomo senza utopia, precipita nell’inferno
 di una quotidianità che lo espropria di ogni
 significato e lo uccide a poco a poco.”
Antonio Caronia, Il corpo virtuale

L’uomo senza utopia, l’uomo senza qualità, l’uomo senza, l’uomo espropriato di ogni significato. Condizione a cui dobbiamo rassegnarci a vivere oggi oppure ciò contro cui dobbiamo combattere con tutte le nostre forze? “Praticare l’utopia, non sognarla”1 facile slogan che sembra risolvere il problema del paradosso utopico, la realizzazione dell’utopia che si ritorce contro se stessa divenendo nel suo concretizzarsi, distopia.2 Ma cosa significa praticare qualcosa che per sua natura non può essere praticata? È solo una provocazione, un ossimoro che al contrario di quello che afferma, serve a farci sognare ancora? L’intera opera di Antonio Caronia è attraversata, e forse tenuta insieme, dal filo rosso dell’utopia che si ripensa, si problematizza, deve decidere se esserci ancora o farsi definitivamente da parte. La citazione di Caronia, qui usata come esergo, prosegue con la desolante constatazione che l’essere umano “appena mette mano alla realizzazione di quella utopia, al tempo stesso prepara le condizioni per una quotidianità sempre più atroce.”3 In una bella immagine Edoardo Galeano risolve, pensa di risolvere, l’ambiguità dell’utopia definendola come un orizzonte verso cui si procede, il cammino che si compie è in sé l’utopia che si realizza. Ma è solo, appunto, una bella immagine, i problemi legati all’utopia non sono solo quelli che si concretizzano una volta che questa si sia realizzata, ma riguardano, più spesso, proprio la direzione del suo procedere. I compagni che sbagliano sono quelli che non sono allineati verso la direzione giusta; quella, e solo quella, che porta al sol dell’avvenire. Antonio Caronia, da militante socialista, poi trozkista, saltando il breve interludio del ’77, ha intrapreso una sorta di militanza “culturale” nel collettivo di Un’ambigua utopia4 per costruirsi infine un abito su misura da intellettuale, come lui stesso qualche volta si è definito, di tipo deleuziano. Sarebbe profondamente sbagliato pensare Caronia come un pentito del marxismo, come uno che avesse capito che la via dell’utopia non fosse quella intrapresa da Marx e soci ma invece proprio quella di quei poco amati e mal sopportati compagni di strada degli anarchici. E il termine libertario nel suo caso sembra più una comoda foglia di fico per nascondere, la ben precisa e scomoda posizione critica di chi, come lui, è disposto a tagliare i ponti verso qualsivoglia ipotetica rifondazione per intraprendere un percorso la cui novità non è dettata solamente da un desiderio del nuovo, quanto piuttosto dalla consapevolezza del dispiegarsi davanti a sé di un’era affatto nuova. Che il superamento di questa soglia porti poi di conseguenza verso la direzione dell’auspicabile uscita dal neolitico5 è tutt’altra cosa, quello che è certo invece è che ad essere messa discussione, e in modo radicale, è la necessità stessa dell’idea di utopia. Il lavoro cultura all’interno del collettivo di Un’ambigua utopia tra il 1978 e il 1982 è stato per Caronia un autentico corpo a corpo con l’utopia. Nel n. 2 della nuova serie della rivista, numero speciale sull’utopia,6 Caronia enuclea, in un cappello introduttivo a un dibattito interno al collettivo sull’argomento, i termini della questione:

“Una ricognizione, molto approssimativa, dei temi in discussione oggi sull’idea e la pratica di utopia ci porta dritto ad affrontare una serie di questioni forse irritanti, certo spinose. Che il concetto di utopia nascondesse molti trabocchetti l’abbiamo sempre saputo (e l’hanno saputo prima di noi coloro che si sono sforzati di ritrovare questa idea guida in una tradizione marxista sempre più sclerotizzata). Ma il disagio, l’imbarazzo, possono venire quando ci sentiamo proporre da settori (ex-settori) del movimento (ex-movimento) interrogativi ben più radicali, per esempio questo: esiste ancora la possibilità di un’utopia di parte proletaria (o marginale, o di qualunque soggetto si assuma come referente per un processo di rovesciamento dello stato di cose presenti) come idea guida dei comportamenti, o piuttosto l’utopia, in quanto progetto totalizzante, non risulta sempre e forzatamente di parte capitalistica, anche quando chi si assume il compito di progettare un futuro alternativo lo fa in nome di interessi e bisogni che si vorrebbero anticapitalistici? La programmazione del futuro, più esplicitamente, è un metodo, uno strumento, di cui si possono appropriare diverse forze sociali, diversi soggetti, per fini diversi, oppure porta in sé congenito, impresso a fuoco il marchio della totalizzazione e della logica del dominio?”.

Nel dibattito che segue alle considerazioni di un compagno che dice: “a livello collettivo manca qualcosa che possiamo definire ‘utopia’. L’utopia è un ‘fatto’ che deve diventare collettivo.”  Caronia risponde: “L’utopia no, la liberazione si.” E prosegue più avanti:

“il ‘noi’ era qualcosa da costruire nell’organizzazione, nel partito, nel sindacato, nel movimento, nell’occupazione della casa. Invece il ‘noi’ oggi è già un dato di fatto, perché siamo massificati, è il capitalismo che ci ha portati a questo. Marx ha detto che il capitalismo è l’unico tipo di società che permette di passare dalla preistoria alla storia. Furono gli epigoni poi, a cominciare da Engels, a interpretare: cerchiamo di realizzare al meglio l’utopia capitalistica e poi programmeremo il socialismo. E se lo sono pigliati nel culo. Il ‘noi’ oggi è dato dai comportamenti diffusi, perché il noi è già costruito, è la realizzazione del ‘noi’ che non è ancora costruita, ma bisogna costruirla anche al di fuori di un’organizzazione solidaristica, movimentistica nel senso classico. E’ questa la divergenza che è apparsa stasera. Stiamo facendo una rivista e ognuno di noi vive questa esperienza in modo diverso e io sono contento di viverla in modo diverso dagli altri. Se dietro a ‘Un’ambigua utopia’ ci fosse un progetto complessivo non ci starei, perché la vedrei come una riedizione della militanza.”

L’incontro di Antonio Caronia con un gruppo, con un “noi” che non rinnega una precisa affiliazione politica ma che rifiuta una qualsivoglia progettualità a cui dover aderire collettivamente gli permette di portar avanti una propria ricerca personale, un proprio progetto di lavoro capace di avvalersi degli stimoli e dei confronti con quello degli altri senza dover imporre necessariamente il proprio. Trent’anni dopo la fine di questa esperienza, in una video-intervista parlando del suo punto di vista sull’arte nel movimento, prospetta una modalità del lavorare insieme in cui il criterio generale “sarebbe quello di un posto, di un collettivo, di un luogo in cui l’attenzione sia contemporaneamente o in tempi molto vicini, in modi molto vicini, al modo in cui sorgono le idee, al modo in cui sorgono i progetti, al modo in cui si pensa l’innovazione espressiva e contemporaneamente la si pratica, la si mette in opera” insomma, quasi un’ambigua utopia riadattata per il nuovo millennio.   Se stiamo entrando, se siamo entrati in una nuova epoca dell’umanità che comporta “una trasformazione delle basi e della modalità della vita associata talmente radicale da far parlare più d’uno di ‘mutazione antropologica’”,7 allora questa mutazione può portare minacce tanto quanto promesse per la nuova era che necessariamente consegue al nuovo uomo. Caronia non cade nel facile trabocchetto di una “mutazione antropologica” come inevitabile conseguenza di una “tecnologia intesa come agente autonomo (…) questo è ciò che credono, da punti di vista opposti ma convergenti i cantori delle meraviglie e i lamentatori degli obbrobri della rivoluzione informatica. La tecnologia è figlia di un’attività umana, e come tale non è causa, ma sintomo eclatante, elemento mediatore, simbolo della trasformazione che ci avvolge.”8 Caronia insomma, fin dagli anni ’80, ci dice che la tecnologia è il classico dito che indica, ma la luna indicata è sempre e comunque l’essere umano. Minacce e promesse sono connaturate alla “naturale” artificialità dell’uomo. Ma la nuova “trasformazione che ci avvolge” porta in se una inevitabile fascinazione , nuove lusinghe rispetto a cui è difficile il necessario distacco critico, e anche Caronia, orfano volontario di qualsivoglia passata utopia, non può non subirne, in una qualche misura, alcuni effetti. In uno scritto in memoria di Enrico Livraghi del 20109  ricorda: “Capivo che lui mi etichettava spietatamente ma con una certa tolleranza tra gli ‘antropologi ottimisti del cyberspazio’ (come scrisse nel catalogo di quella rassegna) – e riluttavo allora, mentre capii poi che nell’essenziale aveva ragione.” E in effetti come si può mantenere una qualche sorta di equilibrio tra i “cantori delle meraviglie” e i “lamentatori degli obbrobri” senza coltivare un abbozzo, un’idea di progetto, un embrione di una nuova utopia? Se l’ibridazione tra l’uomo e la macchina non può essere solo minaccia né solo promessa e quel che se ne può concludere è “Tutto sta a vedere qual è il prezzo.”,10 allora non possiamo non chiederci se questo prezzo non riguardi in definitiva quello di una nuova utopia. La tentazione, a ben vedere, ci sta tutta. Se sull’onda di un movimento, la cui ritirata politica apriva nuovi spazi, di riflessioni, di creatività e di pratiche diverse, era possibile sbarazzarci, senza troppi rimpianti, di utopie viste come complici dei fallimenti del passato, nella nuova fase storica che si apriva non più su un presunto riflusso politico ma in una desertificazione del movimento che avrebbe caratterizzato tutto il nuovo decennio degli anni ’80, l’utopia allora poteva anche sembrare in definitiva il male minore. Se non c’è stato nessun ripensamento, da parte di Caronia, sulla necessità di ricostruzione di un’utopia, per contro non essendoci più, almeno non più diffusi, visibili, quei “comportamenti diversi, alternativi, fuori dalla logica, dalla morale. (…) gli unici che possono essere sovversivi” e che in quanto tali “sono fondamentalmente comportamenti contro l’utopia”11 è inevitabile che tra le pieghe del suo discorso, in un varco lasciato volutamente aperto nella sospensiva del “che fare”,  possa insinuarsi comunque una siffatta  tentazione. Questo varco, in un discorso teorico che vuole affrontare l’impatto che il processo di virtualizzazione ha nella socialità dell’homo sapiens, porta inevitabilmente alla domanda sul costo dell’innovazione. Cioè si da per scontato che il guadagno ci sia e che non venga inficiato da un costo troppo alto sembrerebbe l’unica reale posta in gioco. Da qui alla necessità di una rinnovata utopia che indirizzi verso la strada giusta da percorrere verso l’inarrestabile evoluzione, il passo è breve. Ma è un passo che Caronia non segue, a costo di rimanere invischiato in quel facile, indefinito cyberentusiasmo, cerca ancora; si schiera ma non si allea, prende posizione ma rifiuta di farsi incasellare, in una sorta di autoimposto disagio e conseguente disorientamento simile a quello che si potrebbe provare all’interno di quel negozio della pecora di Alice. Nell’immagine tanto amata da Caronia stesso. In realtà per Caronia è chiaro che la vecchia utopia è legata “a una biologia, a una concezione della storia della storia e del suo senso, a una visione lineare del tempo che non ci appartengono più” e che noi ci troviamo oggi “nell’era della Programmazione Biologica (…) svincolati ormai dalla vecchia forma proto-umana, (…) a cui il tempo non appare più né (come) una retta né come una circonferenza, ma una spirale cilindrica tridimensionale”.12 In questa nuova era “il rovesciamento di senso del processo di artificializzazione attraverso la sua accelerazione”13 pone le basi per il superamento della distanza tra il naturale e l’artificiale inglobando quest’ultimo dentro noi stessi e realizzando così l’annichilimento della distanza tra noi e il mondo e il conseguente avvento dell’utopia realizzata. Un’utopia totale che vede il capitalismo far trionfare su qualunque forma di opposizione o resistenza, i suoi sogni/incubi più estremi. Il possibile si concreta come sogno del possibile capitalista. Non c’è nessuna indicazione nell’opera di Caronia che sembri alludere a una possibile contro-utopia. Ci sono spazi lasciati vuoti, echi di una possibile futura, non meglio definita, liberazione, ma nessun, neanche vago, progetto di un’utopia di segno diverso, opposta a quella del capitale. Esula dai compiti e dagli obiettivi di questo breve scritto indagare su quello che potremmo chiamare, anche se in modo scorretto, il “propositivo” nell’opera di Caronia (confidiamo che questo libro nel suo insieme possa considerarsi un primo approccio di lavoro in questa direzione). Rimanendo qui concentrati sulla posizione di Caronia nei riguardi dell’utopia, dobbiamo constatare due cose importanti: la prima è che persiste, diffusa tra i giovani e i meno giovani che hanno seguito il suo pensiero o che lo scoprono solo ora, l’idea che esso contenga una perorazione per una nuova utopia collettiva che prenda il posto di quelle vecchie, obsolete; la seconda è che nell’ultimo anno di vita, Caronia ha concesso, suo malgrado, un chance a questa ipotesi. “PRATICARE L’UTOPIA, NON SOGNARLA” è stato l’ultimo slogan lanciato da Caronia, un’ultima incitazione, potremmo dire, ambiguamente utopica. Ambigua in quanto sollecita l’equivoco di una possibile, auspicabile creazione di utopie concrete. Uno slogan di cui è necessario qui raccontare la genesi per poter sciogliere l’equivoco. Questo titolo è servito nell’aprile del 2012 per presentare alla libreria Utopia di Milano la riedizione del libro Nei labirinti della fantascienza uscito la prima volta nel 1979 a cura del collettivo Un’ambigua utopia.14 Alla presentazione era collegata una mostra storica della rivista e per scegliere il titolo dell’iniziativa Caronia ne propone due diversi: DISTRUGGERE LA FANTASCIENZA o  PRATICARE L’UTOPIA, NON SOGNARLA. Il primo, che deriva dall’editoriale del n. 1 della rivista15 viene scartato perché troppo schiacciato su una prospettiva fantascientifica e considerato anacronistico in quanto rivolto a un genere oggi definitivamente concluso. Il secondo che alla fine viene scelto, rifà il verso al primo editoriale ma lo reindirizza non più sulla fantascienza ma sull’utopia. L’obiettivo della rivista nel dichiarare di voler distruggere la fantascienza era quello di voler “rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza, e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori. (…) Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può sognare e non praticare.” Nell’ultimo scritto sulla storia della rivista16 Caronia commenta così questo editoriale: “Pratica dell’obiettivo, pratica dell’utopia, sarà stata pure una formulazione rigida e ingenua, ma non li sentite gli echi e gli slogan del 77? Dei volantini dei circoli del proletariato giovanile? Non le vedete le assonanze con le pagine di A/traverso, le sintonie con le trasmissioni di Radio Alice?”.17 Di conseguenza il titolo “giusto” dell’iniziativa avrebbe dovuto mantenere il primo termine DISTRUGGERE sostituendo il secondo, la fantascienza, con L’UTOPIA.18 È ovvio che per Caronia, entrando nel collettivo di Un’ambigua utopia dopo un anno dalla sua nascita, quel vecchio slogan non potesse che essere rigido e ingenuo, ma era anche una esemplificazione formidabile per cogliere i frutti di quel fenomeno letterario ormai prossimo alla fine che era la fantascienza:

“Era evidente che la fantascienza non poteva sopravvivere, né nella sua forma ‘ottimista’ né in quella di ‘testimonianza’ della crisi, all’avvento della nuova fase del capitalismo iniziata negli anni ottanta. I generi della letteratura popolare sono, più degli altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a ‘progettare il proprio futuro’; ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy, al noir.”19

Se a questo punto possiamo dire che tutto sommato è stato relativamente facile un lavoro demolitorio del ruolo consolatorio della fantascienza di ben altro tenore è stato quello nei confronti dell’utopia. Che questa possa essere ambigua, non è cosa difficile da accettare, ma che si possa addirittura farne a meno è ben arduo da accettare non solo da parte dei più utopici sognatori, ma anche da chiunque consideri irrinunciabile la necessità di un pur minimo senso del futuro. La fine del futuro, che è la fine della nostra era, rende obsoleta un tipo di letteratura caratteristico del capitalismo industriale come la fantascienza, ma cosa ben più gravida di conseguenze, minando la consistenza di ogni utopia congela il nostro agire collettivo. Un’inerzia da cui tentare di uscire pensando davvero di poter proporre una pratica dell’utopia, è uguale al tentativo del barone di Münchhausen di uscire dalla palude tirandosi su per il codino. Che questo passaggio verso il nuovo non fosse una cosa semplice e fosse tenuta volutamente in sospensione ce lo dimostra l’alternanza degli autori a cui Caronia fa riferimento tra gli anni ’80 e ’90. Se nel campo della fantascienza l’interesse per un’autrice come Ursula K. LeGuin  era già superato, quando ancora la rivista di un’ambigua utopia (il cui nome è debitore di un’opera della scrittrice stessa20) era ancora viva, scrittori come Samuel Delany e soprattutto J. G. Ballard occuperanno una posizione crescente e privilegiata, un altro autore, P. K. Dick, scomodissima figura antitecnologica e intrisa di fervore mistico filosofico, acquisterà man mano uno spazio e un interesse vieppiù fagocitanti. Così come nel campo più prettamente teorico, a fianco di un Baudrillard, non estraneo a una storia “marxista” ne abbiamo uno come Foucault affatto estraneo. Foucault e Dick saranno gli elementi perturbatori di quegli anni. Di entrambi Caronia aveva inizialmente una visione limitata ad alcuni punti, importanti ma circoscritti. Il potere e la società disciplinare per Foucault, il carattere epistemologico e ontologico delle trame narrative per Dick. Senza soluzione di continuità l’interesse nei loro confronti crescerà man mano fino a convergere in un articolo per il trentennale della scomparsa di Dick.21  Dick e Foucault non saranno solo gli strumenti, da affinare e perfezionare, per affrontare quello che ormai sembra emergere dietro la figura del cyborg, un salto antropologico come uscita auspicabile dal neolitico “oggi tutta l’era neolitica dovrebbe forse apparire come una gigantesca parentesi da abbandonare al più presto, un esperimento che ha avuto le sue luci e le sue ombre, ma la cui continuazione avrebbe costi insostenibili.”22 ma saranno fondamentalmente l’antidoto a che questa auspicata uscita non si trasformi in un’ennesima consolatoria forma di nuova utopia. Sempre più l’incantesimo “dei cyborg elettronici e dei corpi disseminati nell’era digitale”23 dovrà passare sotto il vaglio della “spada da samurai” di Foucault24 e del D.I. (distruttore d’incantesimi) di Dick.25 Un conto è dichiarare la necessità di uscita dal neolitico e un altro è pensare di poterla progettare. Caronia percepisce la nuova trappola utopica e scarta l’ostacolo invece di saltarlo. Sceglie un altro percorso dal risultato incerto, imprevedibile. Se ha ragione Foucault nell’identificare “la nascita dell’’uomo’ in senso moderno con quello dell’antropologia, con le trasformazioni dell’episteme che hanno reso possibile fare dell’uomo un oggetto di indagine” ciò fa si che di conseguenza “mutando le ‘disposizioni fondamentali del sapere’, l’uomo (inteso in questo senso ‘epistemico’) potrebbe scomparire come è nato.” Allora “questo e non altro, potremmo dire, è il problema del postumano oggi.”26  Ecco allora che il postumano, così come si prospetta nel nuovo millennio per Caronia non poteva presentarsi come nuovo cavallo di Troia per l’utopia così come forse  aveva rischiato di essere il cyborg tra gli anni  1985 e 1996, tra la pubblicazione del libro sul Cyborg e quello sul Corpo virtuale.  Sarà sempre più chiaro che “se l’attrito fra cervello paleolitico e società neolitica era inquietante ma ancora tollerabile, l’abisso fra lo stesso cervello e la società industriale matura e onnipervasiva (il capitalismo cognitivo) è potenzialmente distruttivo.” E allora inevitabile è

“l’ipotesi che la presenza forte e la centralità del mondo materiale creasse quella vischiosità fra mondo ed esperienza che si esprimeva nella percezione del tempo come durata; e che il dilagare della dimensione immateriale (relazionale nel senso di sganciata dalla materia e dal corpo) sia una delle condizioni, forse la più importante, di questo processo di estrema frammentazione e distruzione del tempo. La conseguenza sarebbe che solo un nuovo ancoraggio alla materia e al corpo potrebbe costruire un antidoto efficace all’estremo spaesamento e al nostro naufragare in un tempo sempre più microbico e parcellare.”27

 Foucault e Dick stanno procedendo a passi da gigante. Caronia non rinnega l’interesse e la necessità di affrontare il nuovo e di accettare la sfida di un  mondo in cui reale e immaginario sempre più sembrano fondersi; semplicemente, in una radicale scelta anti-utopica, ancora il proprio interesse a un presente che possa contenere in sé il futuro come possibilità e non come programma. La cura di sé che Foucault studia negli antichi greci e i primi cristiani e che Dick analizza nei suoi personaggi, falliti ma disperatamente vivi, è la risorsa a cui Caronia si aggrappa con tutte le sue residue forze per traghettarsi fuori dal pantano della palude del soggetto, il vero volto dell’utopia occidentale, infine. Ed è da qui che Caronia ha ricominciato e ci induce a ricominciare a lavorare. Una nuova pratica priva di qualunque utopia e, per quanto alieno dalla nostra storia possa apparirci, che contenga invece una nuova forma di spiritualità che, come scrive Foucault, abbia dentro di se quell’”insieme di quelle ricerche, di quelle pratiche e di quelle esperienze che (…) per il soggetto, per il suo stesso essere di soggetto, rappresentino, il prezzo da pagare per avere accesso alla verità”28, verità che non potrà che essere sempre, dickianamente, una penultima verità.

Nota 1: Titolo dell’iniziativa tenutasi alla libreria Utopia di Milano il 22 aprile 2012 per la presentazione del libro Nei labirinti della fantascienza, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI) 2012.
Nota 2: La distopia o antiutopia è la componente utopica in negativo con cui il genere letterario della fantascienza ha manifestato in modo prevalente la propria visione del futuro.
Nota 3: Antonio Caronia, Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti. Muzzio Editore, Padova 1996, p. 58.
Nota 4: Per una storia di Un’ambigua utopia: Antonio Caronia, Giuliano Spagnul, (a cura di), Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni 70, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2010, vol. II Appendice.
Nota 5: Uscire dal neolitico è il titolo dell’ultimo capito del libro di A. Caronia, Il corpo virtuale, cit.
Nota 6: Antonio Caronia, Giuliano Spagnul, (a cura di), Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni 70, cit.  vol. II.
Nota 7: A. Caronia, Il cyborg, Theoria, Roma, 1985, p. 8. Rivisto e ampliato questo testo è stato riedito nel 2001 per le edizioni Shake, e ancora per le stesse edizioni nel 2008 con l’aggiunta di un poscritto.
Nota 8: Ibidem
Nota 9: A. Caronia, Per Enrico Livraghi. Da Zuppa d’anatra a Matrix. http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/06/antonio-caronia-per-enrico-livraghi-da.html Enrico Livraghi è stato tra i fondatori del cineclub Obraz di Milano.
Nota 10: A. Caronia, Il cyborg, cit. p. 118
Nota 11: A. Caronia, G. Spagnul, (a cura di), Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni 70, cit.  vol. II.
Nota 12: A. Caronia, Il corpo virtuale, cit. p. 58.
Nota 13: Ivi, p. 88.
Nota 14: A. Caronia, G. Spagnul, Nei labirinti della fantascienza, cit.
Nota 15: A. Caronia, G. Spagnul, (a cura), Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni 70, cit.  vol. I.
Nota 16: A. Caronia,  Quando i marziani invadevano Milano, http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html
Nota 17: ibidem.
Nota 18: Un titolo per altro improponibile per una manifestazione da tenere in una libreria che si chiama proprio Utopia.
Nota 19: A. Caronia, La SF è morta, viva la SF. In “Hamelin”  22/2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_
Nota 20: Ursula K. LeGuin, I reietti dell’altro pianeta (1974), Editrice Nord, Milano, 1990.
Nota 21: A. Caronia, Un filosofo in veste di romanziere, Il Manifesto 1 marzo 2012.   http://una-stanza-per-philip-k-dick.blogspot.it/2016/01/antonio-caronia-un-filosofo-in-veste-di.html

Nota 22: A. Caronia, Il corpo virtuale, cit. p. 177.
Nota 23: Ivi, p. 178.
Nota 24: Nell’efficace metafora usata da Antonio Caronia nel seminario su Foucault tenutosi alla NABA di Milano nel 2011-2012.   https://archive.org/details/MichelFoucault_PerUnaGenealogiaDelSoggetto
Nota 25: Philip K. Dick, La città sostituita (1957), Fanucci, Roma 2011.
Nota 26: A. Caronia, Transumano, troppo postumano,  “S&F” 1/2009  https://www.academia.edu/288184/Transumano_Troppo_Postumano
Nota 27: A. Caronia, Cogli l’attimo! (Se ci riesci), “L’Unità” 10 giugno 2004  https://www.academia.edu/305223/Cogli_lattimo_se_ci_riesci_
Nota 28: Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto (2001),  Feltrinelli editore, Milano 2003, p. 17.